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	<title>Formazione e Bio Archivi - Verusca Costenaro</title>
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		<title>L’equilibrio vien danzando… sopra il caos</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Verusca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Dec 2023 07:00:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sono una content writer curiosa, affascinata dal coaching. Ecco cosa mi porto via dal Community Meeting 2023 della Comunità di Pratica di Coaching. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.veruscacostenaro.it/lequilibrioviendanzandosoprailcaos/">L’equilibrio vien danzando… sopra il caos</a> proviene da <a href="https://www.veruscacostenaro.it">Verusca Costenaro</a>.</p>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p><strong>Racconto di una voce fuori dal coro – e dentro il caos. </strong></p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p><strong>UN TUFFO NEL PASSATO, DENTRO MILANO</strong></p>
<p><strong>Sono tornata al 17⁰ secolo. </strong></p>
<p>Eppure, è il <strong>23 novembre 2023</strong> e sono appena uscita dalla metro di Corso Lodi – che nel 1600 decisamente non c’era. Fuori dalla metro c’è il cuore milanese che pulsa, ma appena varco il portone della <strong>Cascina Cuccagna</strong>, eccolo lì, il 17⁰ secolo. Un sito storico diventato luogo di cultura e incontro, dove il tempo scorre più lento. Un’oasi di quiete incastrata nel caos cittadino: metafora perfetta del tema del <strong>Community Meeting organizzato dalla Comunità di Pratica di Coaching, </strong>l’associazione di promozione sociale nota come <strong>CPC</strong>: <strong>“In equilibrio sopra il caos</strong>. <strong>Tra promesse, incertezza e cambiamento</strong>”.</p>
<p>Salgo le scale alla ricerca della sala dove si terrà l’incontro, ed equilibrio e bellezza mi entrano fin da subito negli occhi: le travi in legno del soffitto, che emanano calore. Le pareti in pietra, con incrostazioni qua e là, simili a segni lasciati dal caos della vita. La luce che penetra lateralmente dalle ampie vetrate, sguardi sul mondo. La terrazza su cui esco a rubare qualche raggio di sole, soglia aperta su nuove possibilità. <strong>Tutto qui dentro mi parla di caos ed equilibrio – e lo fa con naturalezza.</strong></p>
<p>Sono una copywriter e content writer, non una coach. Però <strong>adoro formarmi e imparare, per cui a breve inizierò un percorso di formazione nel coaching</strong>.</p>
<p>Sono un’invitata a questo incontro. Eppure, <strong>ovunque mi giri trovo uno sguardo-sorriso ad accogliermi</strong>. Persone sconosciute pronte a darmi la mano per presentarsi, come se fosse la cosa più naturale del mondo.</p>
<p><strong>SI APRONO LE DANZE, CON MARIO MARESCA</strong></p>
<p>A partire da <strong>Mario Maresca, Executive Coach, membro del Consiglio direttivo della CPC </strong>e facilitatore dell’unità CPC Ponte,che prende il microfono per accoglierci e introdurre i relatori. Osservo sorrisi, calore, emozioni, che mi accompagneranno in ogni persona che parlerà in questa giornata. <strong>Mario ci invita a lasciarci sorprendere, ispirare e “fertilizzare”</strong>. E fertile è l’aria che respiro attorno a me. Giro lo sguardo sul verde delle piante che abbelliscono la sala. Mi sento un fiore che sta per (ri)fiorire.</p>
<p><strong>LE RIFLESSIONI DI PAOLO MARINOVICH</strong></p>
<p>Mario lascia la parola al <strong>Presidente della CPC, Paolo Marinovich. </strong>Appena prende il microfono, ci chiede come stiamo. Non ero pronta! Mi sento dentro un caldo abbraccio, con la luce che ci scalda di lato, illuminando le ombre. Luce e ombre, equilibrio e caos. Paolo ha un approccio “aperto” al caos. Ci invita a imparare a “starci”, nel cambiamento scatenato dal caos. A sperimentarlo con fare curioso, quasi investigativo: <strong>e se fosse proprio nella confusione odierna che si nascondono nuove opportunità per la figura del coach – e di conseguenza, per il coachee</strong>?</p>
<p>Paolo ci offre alcune indicazioni suggestive: auspica che il coach sappia farsi “immaginifico”, senza rinnegare i suoi valori fondanti e le sue regole, ma “estendendole”, per accogliere lo sconosciuto, il nuovo. Che il coaching non soccomba allo spavento del caos, ma si faccia anticipatore di invenzioni e imprenditorialità, ossia la capacità di stimolare una progettualità che vada a beneficio di tutti: coach, coachee, società. <strong>Paolo sa vedere oltre il caos, e ci porta con sé, nella sua visione “aperta”</strong>.</p>
<p><strong>LE RIFLESSIONI DI SIMONE BUDINI</strong></p>
<p>Paolo ha lanciato una danza, sopra il caos. Eppure la sensazione del momento è di un ballo “collettivo”, che sa trovare il suo equilibrio interno in una danza tra opposti. Ed è proprio di opposti che ci parla il relatore che segue, <strong>Simone Budini, professore di Filosofia Politica</strong>. Opposti come il “caos” – il vuoto, il dis-ordine, l’incapacità di scegliere – e il “cosmo”, l’universo, l’ordine. Simone lancia la palla-danza a noi: siamo terrorizzati dal vuoto, dalla scelta definitiva. E se invece fosse proprio quello, paradossalmente, il vuoto, a restituirci l’ordine – e l’equilibrio sopra il caso? Un percorso nel vuoto che si fa pieno dei nostri pensieri, delle nostre emozioni. Il saper fare nulla, lasciare spazio all’abisso, per riempirlo di quel che veramente conta. E <strong>nel percorso dal caos al cosmo, spingersi oltre, fin nella “cosmesi” – la bellezza dentro si sé</strong>.</p>
<p><strong>LE RIFLESSIONI DI MARCO CALZOLARI</strong></p>
<p>L’intervento di Simone è seguito da quello di <strong>Marco Calzolari, filosofo e formatore-coach per le aziende. </strong>L’entusiasmo di Marco ci travolge in un discorso dal taglio più pragmatico, incentrato su una metodologia “agile” che ha punti di contatto con le riflessioni precedenti. Marco ci invita ad assorbire la complessità e l’incertezza, piuttosto che cercare di risolverle. E dentro questa convivenza, imparare a distinguere le situazioni: non solo caotiche, ma complesse, complicate e chiare. E <strong>se predomina il dominio del caos, imparare a sperimentare pratiche nuove, con un approccio interattivo e incrementale, </strong>osservando una situazione e agendo fase dopo fase, in modo da misurarne l’effetto.</p>
<p><strong>LE RIFLESSIONI DI GIULIO MASPERO</strong></p>
<p>Continuiamo a ballare sopra il caos con l’ultimo intervento di <strong>Giulio Maspero, fisico e teologo, docente universitario e sacerdote cattolico</strong>. Giulio ci offre l’immagine di un caos che non fa paura, un “caos calmo” contenitore di vita (un po’ come il vuoto ricco di pensieri ed emozioni di Simone). Giulio sostiene<strong> l’importanza di recuperare la funzione della relazione, la parte sintattica </strong>(complemento essenziale di quella semantica), perché è la sintassi che permette alla semantica, al contenuto, di dare i suoi frutti. E dentro questa relazione, <strong>nutrire la domanda aperta </strong>che, al contrario di quella chiusa, libera chi la riceve.</p>
<p><strong>COSA PORTO VIA CON ME?</strong></p>
<p>Ho fatto il pieno di stimoli e riflessioni, e cerco di darci ordine. Anche la giornata di oggi, con i suoi interventi, è un “caos calmo” con dentro elementi di semantica e di sintassi. <strong>Cosa porto via con me, da questo incontro?</strong></p>
<p>Penso alla mia vita. <strong>Sono parte di un caos calmo, di un vuoto che posso decidere di riempire</strong>. Prima di riempirlo, però, posso decidere di rallentare.<strong> Restare in silenzio, immobile, in ascolto delle mie emozioni. </strong>Posso riempire il mio abisso con la relazione e le sue sfide, con “approfondimenti sintattici” – bellissima espressione di Paolo Marinovich in apertura alla sessione dedicata ai lavori di gruppo. Sta a me trasformare il caos in cosmo e in cosmesi. Mettere ordine nel caos, con spunti di bellezza, con l’apertura alla relazione sintattica, alla domanda aperta che libera. Come persona, e come (futura) coach, può essere utile osservare con attenzione le situazioni in cui mi trovo e distinguerle – tra chiare, complicate, caotiche, complesse. La possibilità più grande che ho, è di <strong>indagare nuove strategie di equilibrio sopra il caos</strong>, in una danza che contenga la capacità di accogliere il vuoto, di sperimentare passo dopo passo, con apertura e sensibilità nelle relazioni – di vita e di aiuto.</p>
<p>E sta a me non scordare che, con<strong> le parole finali di Paolo, “Complessità e caos esistono da sempre ma oggi ce ne accorgiamo, dunque abbiamo la possibilità di trovare delle risposte</strong>”.</p>
<p>&nbsp;</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante.</p>
<p>Friedrich Nietzsche, filosofo del 19⁰ secolo.</p></div>
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		<title>Falla semplice!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Verusca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Nov 2023 17:06:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I miei studi sulla lingua inglese e la mia esperienza come formatrice mi hanno insegnato il valore della semplicità. Ci rifletto assieme ad alcune osservazioni di Annamaria Testa.</p>
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				<div class="et_pb_text_inner">Le cose semplici, sono difficili da ottenere. Costano fatica. Eppure ne valgono la pena. Digressioni sulla semplicità nel copywriting, partendo dai miei studi, dal mio lavoro di formatrice, dall’ultimo libro di Annamaria Testa.</div>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_text et_pb_text_4  et_pb_text_align_left et_pb_bg_layout_light">
				
				
				
				
				<div class="et_pb_text_inner"><p><strong>INGLESE, LINGUA SEMPLICE E ORDINATA</strong></p>
<p>Nel suo ultimo libro <em>Il coltellino svizzero</em> (Garzanti, 2020), <strong>Annamaria Testa</strong> cita Tullio De Mauro in <em>Capire le parole</em>: “fin dai tempi di John Locke la cultura anglosassone, inglese e americana, si è impegnata in una battaglia per la limpidezza e la chiarezza dei testi come valore supremo dell’arte dello scrivere e del parlare.”</p>
<p>Ed è così: la lingua inglese, nelle sue varianti, non spreca parole, va dritta al punto. Fa economia di parole quando usa lo stesso termine come sostantivo e verbo. Va dritta al punto grazie alla sua struttura fissa degli elementi: soggetto verbo complemento – non si sfugge! E allora niente giri di parole. Niente soggetti nascosti (soggetto obbligatorio!) o da recuperare chissà dove dentro una frase.</p>
<p><strong>La lingua inglese, nella sua struttura, mi comunica ordine. Non solo sintattico, ma mentale</strong>. In un certo senso, l&#8217;ho scelta, la lingua inglese, per i miei studi universitari, proprio per questa sensazione di equilibrio, armonia, strutturazione. Prendermi una laurea in lingua inglese è stata una scelta consapevole e chiara fin da subito &#8211; nonostante altre lingue più esotiche di moda a inizio anni 2000. Scrivere in inglese, negli anni dello studio, della formazione, della ricerca negli Stati Uniti, mi ha permesso di avvicinarmi a quella “semplicità” morfosintattica, lessicale, stilistica sia nell&#8217;atto dello scrivere che del ragionare. E spesso ora, quando scrivo, specie poesie, mi viene fatto notare che seguo uno stile paratattico, lineare, con frasi semplici, brevi, senza tante coordinate, tipico della lingua inglese &#8211; il che non può che farmi piacere.</p>
<p><strong>PARLARE SEMPLICE E CHIARO IN PUBBLICO</strong></p>
<p>Per anni, dopo i miei studi di dottorato a Padova e a Dallas, ho fatto la formatrice per l&#8217;Università Ca&#8217; Foscari di Venezia e per la casa editrice Oxford University Press di Scandicci. Mi sono accorta di portare semplicità, chiarezza, linearità &#8211; i tratti della lingua inglese, approfondita negli anni di studio &#8211; anche durante i miei incontri di formazione. La fase di preparazione per me è fondamentale, ci dedico tempo, energie, impegno. <strong>Prima di parlare in pubblico, studio e mi preparo per trovare la forma più chiara e accessibile, con cui rivolgermi a quel pubblico</strong>. Per essere capita, compresa al meglio. Per rendere lo scambio comunicativo con le persone davanti a me, fluido, sereno, appagante &#8211; efficace. Seleziono con cura le parole a seconda di chi mi ascolterà. Faccio le prove ad alta voce del discorso che mi propongo di dire – consapevole della necessità di essere flessibile, una volta sul campo, dunque aperta a deviazioni e variazioni. Preparare il mio discorso, come una specie di canovaccio, mi serve non solo per sentirmi a mio agio una volta davanti a un pubblico intento ad ascoltarmi. Lo vivo come “un atto di cura comunicativa” verso chi mi ascolterà.</p>
<p><strong>SEMPLICE, CHE FATICA!</strong></p>
<p>Riuscire a parlare o scrivere con semplicità, potrebbe sembrare un processo semplice… ma in realtà, non lo è! Nel suo libro, <em>Il coltellino svizzero</em>, Annamaria Testa si chiede come mai la semplicità sembra così complicata da raggiungere. Ecco le sue motivazioni:</p>
<ul>
<li>essere semplici costa fatica. Per riuscire a scrivere con toni semplici, occorre padroneggiare un certo argomento, conoscere bene la lingua in cui si scrive, dedicare tempo, risorse e competenze al processo di scrittura. Insomma, un percorso che può richiedere concentrazione, dedizione, impegno, dunque, qualcosa che può costarci fatica;</li>
<li>essere semplici può essere rischioso. Ossia: se un testo è chiaro e comprensibile, è accessibile alla massa, massa che può esprimere opinioni ed eventuali disaccordi, in massa, appunto! Vuoi mettere invece un testo involuto e complesso da capire? Tutti zitti!;</li>
<li>essere semplici vuol dire prendersi una certa dose di responsabilità. Cioè: durante il processo di scrittura, seleziono con attenzione le informazioni e i concetti per me importanti da dire, e ne elimino altri. Definisco obiettivi chiari, funzionali, verificabili. Offro soluzioni efficaci, possibili strategie. Se mi arrivano domande, devo dare conto poi delle mie scelte, con motivazioni solide.</li>
</ul>
<p>Ma c’è un però – in tutta questa fatica. Quando si sceglie di scrivere, per lavoro, con finalità pubblicitarie, si fa un servizio verso altre persone. Persone che, come noi, sono immerse in un mondo – digitale e non – ricco di stimoli e richieste, veloce e impegnativo. Un contenuto, un testo digitale scritto “semplice”, è una forma di resistenza alla complessità in cui è immersa la massa. Un servizio di cura verso chi ci leggerà. Con le parole di Annamaria Testa: “<strong>Eppure in tempi caotici, sovraccarichi di informazioni e scarsi di prospettive, essere semplici (occhio: “semplice” non vuol dire né sempliciotto né facilone) è, credo, un imperativo</strong>”.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner">Se clicchi qui, trovi i miei servizi di scrittura digitale &#8211; dove cerco di arrivare a una scrittura semplice, chiara, accessibile &#8211; e di formazione.</p>
<p><em>Verusca Costenaro</em></div>
			</div>
			</div>
				
				
				
				
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				<div class="et_pb_text_inner">Solo affrontando la fatica, il pericolo, la responsabilità e la sfida di essere semplici c’è la speranza di restituire un senso forte e condiviso a quello che si dice e a quello che si fa.</p>
<p>Annamaria Testa, creativa e copywriter.</div>
			</div>
			</div>
				
				
				
				
			</div>
				
				
			</div>
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		<title>Scrivere di sé come luogo di cura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Verusca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jan 2023 08:21:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Laboratori personalizzati di storytelling di sé come spazi per indagarsi, narrarsi e sentirsi bene.</p>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Quando tengo corsi di formazione, in presenza o a distanza, mi accorgo di quanto la gente abbia voglia – e bisogno – di raccontarsi. Di parlare di sé, del proprio vissuto – esperienziale, relazionale, emotivo. Desiderio non solo di esprimersi come essere umano in tutti gli ambiti, privati e professionali, ma di essere presa in ascolto. La gente ha bisogno sia di raccontarsi che di sentirsi ascoltata.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p><strong>LA SCRITTURA POETICA COME RICERCA SU DI S</strong><strong>É</strong></p>
<p>I corsi e workshop che organizzo di solito seguono due filoni, entrambi incentrati sulla scrittura autobiografica: da una parte, ci sono i laboratori di gruppo, dall’altra, gli incontri uno-a-uno. Possono essere in presenza o a distanza. In ognuno, uso la scrittura come mezzo di espressione di sé, in maniera libera e creativa.</p>
<p>Ci sono <strong>corsi incentrati sulla scrittura poetica, per esempio, scrittura di haiku giapponesi, brevi componimenti poetici di tre soli versi</strong>. Con un lavoro che parte dai sensi, le persone che partecipano al corso vengono stimolate e sollecitate a scrivere tre versi che parlino di sé, dove in poco spazio, si cerca di racchiudere &#8220;il tanto di sé&#8221;. Si parte dai sensi per arrivare alla parola, alle parole, alla libera scrittura di sé, come modo per indagarsi, conoscersi, scoprirsi, in ogni aspetto. Come modo per stare bene – trovare un proprio originale centro di benessere. Perché noto sempre che chi scrive di sé, chi riesce a lasciarsi andare al flusso della libera espressione di sé, seguendo il proprio istinto creativo, dopo si sente meglio. Più leggero, in un certo senso. Come se far uscire il proprio vissuto sotto forma di combinazioni di parole, magari inedite, inaspettate, facesse recuperare aria, ossigeno, liberando il respiro da eventuali blocchi.</p>
<p><strong>LO STORYTELLING PER RACCONTARSI E FARSI CONOSCERE</strong></p>
<p>Ci sono poi i corsi di carattere più aziendale, dove la persona coinvolta mi chiede di lavorare su un preciso aspetto della comunicazione, principalmente scritta. La richiesta più frequente è la stessa: creare uno storytelling su di sé. <strong>Imparare le tecniche e strategie per raccontare di sé – lavoro ma anche vita privata, interessi, ideali &#8211; in maniera coinvolgente per chi legge o ascolta</strong>. Comunicarsi con il giusto tono di voce, le giuste parole, il giusto ritmo. Anche qui, il lavoro si intreccia con una ricerca di sé, dove la persona, mentre impara strategie stilistiche e linguistiche per raccontarsi, impara anche cose (nuove?) su sé stessa, sulla propria identità, il modo di essere e stare al mondo. Talvolta, la persona si sorprende di scoprire che no, non è aggressiva, ma assertiva – che sono due cose completamente diverse. Assertività che spesso viene scambiata con aggressività: ne sappiamo qualcosa noi donne. E allora, quali parole o forme usare, per comunicare in maniera assertiva, che non venga percepita come aggressiva da chi ascolta?</p>
<p><strong>IL PENSIERO AUTOBIOGRAFICO</strong></p>
<p>Nel volume <em>Raccontarsi, l’autobiografia come cura di sé</em>, Duccio Demetrio, pedagogista e filosofo, sottolinea vari aspetti legati alla scrittura autobiografica. Intanto, come il desiderio di raccontare di sé per iscritto capiti, perlomeno nelle culture occidentali, a molti e molte di noi. Demetrio la definisce “<strong>una sensazione che ci raggiunge all’improvviso, sottile e poetica”, “quasi un’urgenza o un’emergenza, un dovere o un diritto</strong>”. Un bisogno che lui nomina così: “pensiero autobiografico, “una compagnia segreta, meditativa.”</p>
<p><strong>NUOVO SENSO ALLA VITA</strong></p>
<p>Una volta che il pensiero autobiografico è entrato a far parte del nostro spazio mentale, ci invade la vita. Perché diventa, come osserva Demetrio, “una presenza che da un certo momento in poi accompagna il resto della nostra vita”. Dà un senso profondo alla nostra vita: ci mostra che abbiamo vissuto (quel vissuto che desideriamo raccontare e fissare con parole scritte) e che stiamo ancora vivendo. Ci solletica il futuro, anche: cos’altro ci capiterà, a cui prestare attenzione, per poterlo portare nello spazio della pagina scritta poi? <strong>Il pensiero autobiografico diventa una passione nuova o rinnovata per la nostra vita</strong>, “un luogo interiore di benessere e cura”.</p>
<p><strong>LA SCRITTURA COME LUOGO DI CURA</strong></p>
<p>Benessere, in che senso? Demetrio spiega che <strong>la necessità, la voglia di scrivere di sé e del proprio vissuto permette una specie di auto-analisi: “un ripatteggiamento con quanto si è stati</strong>. Tale riconciliazione – un’assoluzione talvolta certo difficile – procura all’autore della propria vita emozioni di quiete”. Il  pensiero autobiografico, pur partendo da un istinto individualistico, alla fine finisce per aprirsi all’altro da sé in ascolto e trasformarsi in “altruismo dell’anima.” La storia che condividiamo con altre persone come noi non è più completamente nostra, si apre al mondo esterno, a nuovi orizzonti. Ci riavvicina all’altro da noi, senza giudizio. La nostra storia, così come è, nel bene e nel male, “è ciò che è”, ci ricorda Demetrio. Gli eventi passati della nostra vita sono andati come dovevano andare: non possiamo che riappacificarci con quanto è stato e amarlo per come è stato, “poiché la nostra storia di vita è il primo e ultimo amore che ci è dato in sorte”, conclude Demetrio.</p>
<p>E allora il lavoro di scrittura che svolgo nei miei laboratori prende un senso nuovo e forte per chi partecipa. Che si sente libero di esprimere il proprio sé, raccontarlo nei modi più congeniali, senza nessun (pre)giudizio o barriera, in un processo di ascolto attivo e partecipe da parte di chi è presente. Ecco che <strong>le attività di scrittura proposte, che mi piace chiamare “esperienze di scrittura”, diventano un piccolo luogo per comunicarsi e prendersi cura di sé – oltre ogni altro obiettivo</strong>.</p>
<p>&#8230;</p>
<p>Se vuoi leggere alcuni degli haiku creati durante un laboratorio con un gruppo di donne, eccoli qui:</p>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="zu8KcWKvv6"><p><a href="http://www.el-ghibli.org/raccolta-haiku_centro-donna/">Raccolta Haiku_Centro Donna</a></p></blockquote>
<p><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Raccolta Haiku_Centro Donna&#8221; &#8212; El Ghibli | Rivista di letteratura della migrazione" src="http://www.el-ghibli.org/raccolta-haiku_centro-donna/embed/#?secret=4nTEcwQfYx#?secret=zu8KcWKvv6" data-secret="zu8KcWKvv6" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Se clicchi qui, trovi, oltre ai miei servizi di scrittura digitale, anche i servizi di formazione, con laboratori pratici incentrati sulle tecniche di storytelling e scrittura di sé.</p>
<p><em>Verusca Costenaro</em></p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>[…] il pensiero autobiografico in un certo qual modo ci cura: ci fa sentire meglio attraverso il raccontarci e il raccontare che diventano quasi forme di liberazione e di ricongiungimento.</p>
<p>Duccio Demetrio, pedagogista e filosofo.</p></div>
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<p>L'articolo <a href="https://www.veruscacostenaro.it/scrivere-di-se-come-luogo-di-cura/">Scrivere di sé come luogo di cura</a> proviene da <a href="https://www.veruscacostenaro.it">Verusca Costenaro</a>.</p>
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		<title>(Scrivere) semplice, è bello!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Verusca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Dec 2022 11:08:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Scrivere con parole semplici, vuol dire rendere la vita più semplice a chi legge. Ci rifletto prendendo spunto da un manuale di semplificazione dell'italiano per stranieri.</p>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Chi l&#8217;ha detto che scrivere con un linguaggio ricercato, frasi lunghe e involute, sia quel che davvero serve a chi legge un testo digitale? Ci rifletto partendo dalla mia carriera di docente di italiano a stranieri e dalle tecniche di semplificazione del linguaggio per renderlo più comprensibile.</p></div>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_text et_pb_text_12  et_pb_text_align_left et_pb_bg_layout_light">
				
				
				
				
				<div class="et_pb_text_inner"><p><strong>LIBRI CHE ISPIRANO IL MIO LAVORO DI COPYWRITER</strong></p>
<p>Un giorno stavo rovistando tra i miei libri, quando è spuntato un volume dai bei toni azzurri, edito dalla Guerra Edizioni, che racchiude gli atti di un convegno che si è tenuto a Bergamo, tra il 17 e 19 giugno 2002, a cura di R. Grassi, A. Valentini, R. Bozzone Costa: <em>L’italiano per lo studio nella scuola plurilingue: tra semplificazione e facilitazione. </em></p>
<p>Quando insegnavo italiano a studenti stranieri, nelle scuole pubbliche e all&#8217;università, cercavo di tenermi aggiornata seguendo convegni dal vivo o leggendone gli atti. <strong>Quel ho studiato e imparato negli anni, in tema di insegnamento della lingua italiana, ha contribuito a creare la copywriter che sono oggi</strong>, l’approccio che uso nel mio lavoro, quando scrivo, curo, edito contenuti digitali.</p>
<p>Per esempio, questo libro sulle strategie di semplificazione e facilitazione più adatte per apprendenti stranieri, mi ha ispirata nell’approccio alla scrittura che uso oggi. <em>Write it easy</em> (oltre che <em>take it easy</em>!). <em>Scrivi come mangi</em> (oltre sa parla come mangi!). <em>Be light, be happy!</em> – dove light, è spoglio da fronzoli, chiaro, essenziale, comprensibile, diretto, inclusivo, accessibile, sono i motti che accompagnano il mio lavoro di scrittura digitale. Già online si trova di tutto, figuriamoci se quel che mi trovo a leggere è lungo, arzigogolato, contorto, complicato! Meglio allora una lingua “spezzata”. Con più pause (respiri! Un po’ in stile mindfulness). Frasi brevi, che lascino spazio anche a chi legge. Alle sue riflessioni. Considerazioni. Alle sue emozioni nel leggere.</p>
<p><strong>COME COMPLICARE LA VITA (A CHI IMPARA UNA NUOVA LINGUA)</strong></p>
<p>Le cose che complicano la vita, sul piano linguistico, a chi si trova a imparare la lingua italiana, secondo il libro della Guerra Edizioni sono:</p>
<ul>
<li>le frasi che contengono tante informazioni;</li>
<li>le frasi con tante subordinate (le virgole che si aprono e chiudono di continuo);</li>
<li>le frasi con tante relative (introdotte da “che” o “chi”) e forme passive (“il libro è letto”);</li>
<li>parole troppo astratte (&#8220;generosità&#8221;, &#8220;lungimiranza&#8221;).</li>
</ul>
<p>Questo riguarda soprattutto la lingua dello studio, per esempio la lingua della storia, delle scienze. Come fanno, degli alunni stranieri, che magari a malapena possiedono la lingua per comunicare, passare velocemente al piano superiore, la lingua di una materia? <strong>C’è una fase in cui è necessario favorire la comprensione dei contenuti dei testi, della spiegazione dell’insegnante, dei termini e dei concetti, attraverso la semplificazione.</strong></p>
<p><strong>PROVE TECNICHE DI SEMPLIFICAZIONE LINGUISTICA</strong></p>
<p>Solo attraverso una fase-ponte, di passaggio graduale, gli studenti che non hanno l’italiano come lingua nativa, potranno appropriarsi dei concetti e del linguaggio di ogni materia. Semplificazione in questo caso, vuol dire:</p>
<ul>
<li>semplificare le consegne delle attività;</li>
<li>fornire esempi concreti;</li>
<li>sostituire le frasi (avrei potuto scrivere il temine “tecnico”, enunciati, ma mi capisci lo stesso con &#8220;frasi&#8221;, giusto? E il significato non cambia!) e i testi complessi con produzioni più semplici.</li>
</ul>
<p>Tra i <strong>criteri per la scrittura</strong> (avrei potuto scrivere il termine specialistico, &#8220;stesura&#8221;, ma mi capisci lo stesso con &#8220;scrittura&#8221;, giusto? E il significato non cambia!) <strong>di testi “a difficoltà controllata</strong>”, già nel 1994  Ellero e Malfermoni indicano questi:</p>
<ul>
<li>le unità informative vengono ordinate in senso logico e cronologico;</li>
<li>le frasi sono brevi (20/25 parole) egli articoli in media non superano le 100 parole;</li>
<li>si usano quasi esclusivamente frasi coordinate (“Avevo fame, così mi sono preso una fetta di pizza”);</li>
<li>si fa molta attenzione all’uso del lessico, utilizzando solo il vocabolario di base della lingua italiana (del linguista Tullio De Mauro) e fornendo spiegazione delle parole che non rientrano nel vocabolario di base;</li>
<li>il nome va ripetuto, evitando i sinonimi e facendo un uso molto limitato dei pronomi;</li>
<li>nella costruzione della frase si rispetta l’ordine SVO (Soggetto, Verbo, Oggetto);</li>
<li>i verbi vengono per lo più usati nei modi finiti e nella forma attiva;</li>
<li>si evitano le personificazioni (“il Senato” diventa “i senatori”);</li>
<li>non si usano le forme impersonali (“si dice che”; “bisogna”);</li>
<li>il titolo e le immagini sono usate come rinforzo per la comprensione del testo.</li>
</ul>
<p>Questi criteri si rivolgono allo studente straniero, la cui lingua nativa non è l’italiano, ma che si ritrova a vivere in Italia, dove la lingua, nei primi stadi, appare come una nebulosa astratta, un caos di suoni e lettere, combinazioni e forme nuove.</p>
<p><strong>SEMPLIFICARE UN CONTENUTO DIGITALE</strong></p>
<p>Tra questi criteri per la scrittura di “testi a difficoltà controllata”, ce n’è qualcuno che possiamo fare nostro, noi copy e content writer, che ci ritroviamo a scrivere testi digitali in un mondo (web) piuttosto affollato? Possiamo noi scrittori digitali, rendere la vita (online) più semplice a chi ci legge? Sì. Senza per questo snaturare quel che scriviamo? Io credo di sì – facendo attenzione naturalmente al committente, al contesto, alle richieste, alle aspettative, ai bisogni. Dunque, ascoltando con attenzione sia chi ci chiede di scrivere un testo digitale, sia chi si troverà poi a leggere online, quel testo. <strong>A me pare che semplificare non sia snaturare, ma riportare all’origine – allo stato naturale della lingua</strong>. Uno stato in cui la lingua si legge bene, con facilità e scioltezza, senza pesantezza, con piacevolezza – senza dover recuperare soggetti lontani o poco chiari, o perdendo il filo tra una miriade di frasi subordinate. Una lingua “semplice” e “leggera”, chiara e comprensibile, accessibile, inclusiva. Tutto ciò che più (ci) piace di questi tempi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Se clicchi qui, trovi i miei servizi di scrittura digitale e di formazione &#8211; che si fondano proprio su tecniche collaudate di semplificazione.</p>
<p><em>Verusca Costenaro</em></p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Ma per favore con leggerezza<br />raccontami ogni cosa<br />anche la tua tristezza.</p>
<p>Patrizia Cavalli, poeta e scrittrice.</p></div>
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		<title>E lessero felici e contenti</title>
		<link>https://www.veruscacostenaro.it/e-lessero-felici-e-contenti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Verusca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Dec 2022 11:55:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Divagazioni attorno alla parola “accessibilità”, nel settore delle lingue, della lettura e della scrittura di contenuti digitali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.veruscacostenaro.it/e-lessero-felici-e-contenti/">E lessero felici e contenti</a> proviene da <a href="https://www.veruscacostenaro.it">Verusca Costenaro</a>.</p>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Divagazioni attorno alla parola “accessibilità”, con spunti legati alla mia carriera di docente di lingue e di copywriter. Quali applicazioni può avere, soprattutto, questa parola, nel mondo del content writing.</p></div>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_text et_pb_text_16  et_pb_text_align_left et_pb_bg_layout_light">
				
				
				
				
				<div class="et_pb_text_inner"><p><strong>COME HO INCONTRATO L’ACCESSIBILITÀ</strong></p>
<p>Ho scoperto la parola “accessibilità” tra e il 2012 e 2014, quando ho collaborato come ricercatrice e formatrice con DEAL (Differenze Evolutive e Accessibilità nell&#8217;apprendimento Linguistico), gruppo di ricerca dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.</p>
<p>Avevo da poco terminato un dottorato di ricerca, che mi aveva portata a studiare alla University of Texas di Dallas, negli Stati Uniti. In particolare, avevo studiato l&#8217;acquisizione linguistica, cioè come impariamo a comunicare (parlare e scrivere) nella nostra lingua nativa, i cosiddetti disturbi specifici dell’apprendimento, come la dislessia (difficoltà di lettura), le strategie per rendere più accessibili i testi da leggere, per chi ha difficoltà di lettura. L&#8217;obiettivo del gruppo DEAL era individuare le strategie, tecniche e pratiche didattiche e linguistiche in grado di rendere l’acquisizione di una lingua straniera il più accessibile possibile agli alunni con dislessia. Cioè: come può una persona che ha difficoltà di lettura, imparare a parlare e scrivere in inglese, a scuola, nel modo più agevole possibile?</p>
<p>L&#8217;incontro con la parola “accessibilità”, devo ammetterlo, mi ha cambiato la vita. <strong>Rendere qualcosa il più accessibile possibile, è diventato per me obiettivo prioritario nei miei vari ruoli professionali.</strong> Nel mio lavoro di insegnante di lingue, e ogni volta che scrivo un testo da caricare online, come copy e content writer.</p>
<p><strong>ACCESSIBILE A CHI IMPARA UNA LINGUA</strong></p>
<p>Accessibilità, all’interno del gruppo DEAL, era un termine che non apparteneva di per sé al mondo dell’insegnamento e apprendimento delle lingue straniere. Era stato <strong>preso in prestito dal settore della tecnologia</strong>, con riferimento alle “tecniche informatiche  che consentono di rendere un prodotto facilmente fruibile a chiunque, incluse persone con una qualche forma di disabilità o difficoltà individuale&#8221;, leggo a pagina 44 di “Glottodidattica per i Bisogni Educativi Speciali&#8221;, numero monografico della rivista EL.LE, Educazione Lingusitica, del 2012, a cura di Michele Daloiso.</p>
<p>L’accessibilità che intendevamo noi del gruppo DEAL però, più che a livello tecnologico, voleva operare sul piano dell’insegnamento/apprendimento linguistico, da cui la definizione, tratta sempre dal sopracitato numero monografico (pag. 49): “Per “accessibilità glottodidattica” s’intende <strong>un processo costituito da precise scelte teorico-metodologiche che il docente compie allo scopo di garantire pari opportunità di apprendimento linguistico all’allievo con bisogni speciali massimizzando l’accesso (e dunque rimuovendo le relative barriere) ai materiali, ai percorsi e alle attività didattiche</strong> sul piano fisico, psico-cognitivo, linguistico e metodologico”.</p>
<p><strong>ACCESSIBILE A CHI HA DIFFICOLTÀ DI LETTURA</strong></p>
<p>Questo concetto di accessibilità ha avuto conseguenze nella mia carriera di scrittrice di contenuti digitali. È importante più che mai, di questi tempi digitali, in cui molti di noi passano molto tempo sul cellulare a leggiucchiare qua e là, che chi scrive sul web si faccia questa domanda: “Quello che scrivo, è abbastanza accessibile a chi mi legge su schermo?” E soprattutto, <strong>cosa può voler dire, per chi scrive copy o post o articoli sul web, scrivere un contenuto “accessibile”</strong>? Un copy difficilmente sarà in grado di intervenire sul lato “visuale” del copy – ci sono altre figure predisposte a quello. Ma potrebbe avere interessa a conoscere, a grandi linee, i suggerimenti di tipo grafico che facilitano la lettura a chi fa fatica a leggere.</p>
<p>Condivido una serie di suggerimenti per chi ha difficoltà di lettura, che ho fatto mie grazie alla mia esperienza di docente di lingue con in classe alunni con difficoltà di lettura, sia come membro del gruppo di ricerca DEAL:</p>
<p>ADATTAMENTO GRAFICO</p>
<ul>
<li>Sfondo con colori pastello</li>
<li>Niente caratteri in corsivo o sottolineati</li>
<li>Testo giustificato a sinistra</li>
<li>Una frase intera in una riga, senza spezzarla andando a capo</li>
<li>Font senza grazie, di grandezza 13-14</li>
<li>Interlinea di almeno 1,5</li>
<li>Il grassetto per evidenziare concetti o parole-chiave</li>
</ul>
<p>ADATTAMENTO SINTATTICO-LESSICALE</p>
<ul>
<li>Inserimento di titoli e sottotitoli</li>
<li>Testo suddiviso in paragrafi</li>
<li>Frasi brevi, semplici, di stile paratattico</li>
</ul>
<p>E, naturalmente, uso di immagini, fotografie, illustrazioni, schemi, tabelle, grafici e altri input visuali in grado di favorire la comprensione.</p>
<p><strong>Molte cose fanno già parte del testo digitale, come le immagini, il titolo, i sottotitoli, la suddivisione in paragrafi, l&#8217;uso del neretto per evidenziare parole o concetti</strong>. Per l&#8217;adattamento sintattico-lessicale, c&#8217;è da capire l&#8217;obiettivo del contenuto digitale che scrivo: mi sta bene uno stile conciso, breve, essenziale, oppure mi serve una lingua più colorita, fiorita, stravagante?</p>
<p>In tal caso, può essere un&#8217;idea accompagnare il testo scritto da un testo orale, letto ad alta voce, per esempio, un audio registrato o un podcast. Di modo che ci sia un accesso anche per chi ha difficoltà a leggere un testo più &#8220;arzigogolato&#8221;.</p>
<p>Questi vogliono essere spunti di riflessione, non dogmi.  Il lavoro di chi scrive sul web è un percorso che contiene varie complessità e sfumature, che va affrontato, nutrito, moderato con attenzione alla realtà a cui si rivolge. Ma senza mai dimenticare, la realtà più ampia – ampissima – della molteplicità e varietà che popola e attraversa oggi il mondo digitale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p></div>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_text et_pb_text_17 et_clickable  et_pb_text_align_left et_pb_bg_layout_light">
				
				
				
				
				<div class="et_pb_text_inner"><p>Se clicchi qui, trovi i miei servizi di scrittura digitale e formazione, che si fondano proprio sul concetto di accessibilità.</p>
<p><em>Verusca Costenaro</em></p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Le persone hanno una cosa in comune: sono tutte differenti.</p>
<p>Robert Zend, poeta e scrittore.</p></div>
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<p>L'articolo <a href="https://www.veruscacostenaro.it/e-lessero-felici-e-contenti/">E lessero felici e contenti</a> proviene da <a href="https://www.veruscacostenaro.it">Verusca Costenaro</a>.</p>
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		<title>Ed io, avrò cura di te (e della lingua che leggi)</title>
		<link>https://www.veruscacostenaro.it/ed-io-avro-cura-di-te-e-della-lingua-che-leggi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Verusca]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 15:02:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Formazione e Bio]]></category>
		<category><![CDATA[aggiornamento]]></category>
		<category><![CDATA[autobiografia]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[content writing]]></category>
		<category><![CDATA[copywriting]]></category>
		<category><![CDATA[cura]]></category>
		<category><![CDATA[errore]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[formazione continua]]></category>
		<category><![CDATA[insegnamento]]></category>
		<category><![CDATA[lifelong learning]]></category>
		<category><![CDATA[lingua]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[studiare]]></category>
		<category><![CDATA[testi digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Vera Gheno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per arrivare dove sono – scrivere testi digitali, avere cura della lingua in cui scrivo - mi sono formata e continuo a farlo. Il lavoro di copywriter è un percorso di crescita continua, verso il miglioramento della lingua in cui si scrive. È un atto d’amore verso chi ci leggerà.</p>
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]]></description>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Prendersi cura è un atto d’amore. Verso le persone, verso le cose. E. nel caso di chi per lavoro scrive testi digitali, è un atto d’amore vero la lingua in cui si scrive, verso il lavoro che si fa, verso le persone che ci leggeranno.</p></div>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_text et_pb_text_20  et_pb_text_align_left et_pb_bg_layout_light">
				
				
				
				
				<div class="et_pb_text_inner"><p><strong>L’IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE</strong></p>
<p><strong>Alcuni anni fa ho frequentato un di formazione sul web copywriting</strong>. <strong>Durante il modulo con la sociolinguista Vera Gheno, abbiamo lavorato sulla lingua italiana</strong>. Ripenso alle parole con cui aveva valutato la mia esercitazione alla fine del suo modulo: “Gli elementi positivi della tua esercitazione  sono il fatto che manchino errori davvero gravi, perché vuol dire che la situazione non è drammatica”, con tanto di faccina sorridente al seguito J. Ma ricordo bene lo smacco del suo commento finale, in cui sottolineava che c’erano ancora errorini tipici delle persone mediamente colte, che andavano “presi in cura” per evitare di ripeterli. Errori del tipo: nel trovare la parola adatta per <em>piccolo libro</em>, io avevo inserito <em>libretto</em>, ma mi era stato suggerito <em>libriccino</em> perché <em>libretto</em> si usa soprattutto per quello d’opera. O ancora, avevo confuso <em>avvallare </em>con <em>avallare</em> – potere di una <em>v</em>!!</p>
<p><strong>L’ERRORE APPARTIENE A OGNUNO DI NOI</strong></p>
<p><strong>Il fatto che io sia italiana, che sia nata e cresciuta in Italia, non vuol dire per forza che io conosca o sappia usare la mia lingua nativa in maniera sempre corretta</strong>. Posso fare errori, certo. Posso sbagliare accenti, confonderli tra loro, dimenticare apostrofi, sbagliare la concordanza dei verbi. Confondere parole simili. Posso farli per distrazione, stanchezza, rilettura superficiale, o farli e basta, perché ho un buco o una svista nella mia conoscenza.  Durante il suo modulo, Vera Gheno aveva dato una definizione esilarante e veritiera al tempo stesso di: “L’errore è come l’alitosi: distrae dal contenuto della comunicazione”. E chi per lavoro si occupa di comunicazione scritta, avrà cura di trasmettere un messaggio non solo coeso e coerente e logico ed efficace – ma anche corretto sul piano della lingua.</p>
<p><strong>STUDIANDO, SI MIGLIORA</strong></p>
<p>Nel suo consiglio conclusivo alla mia esercitazione, Vera Gheno mi aveva indicato la soluzione agli scivolamenti linguistici sempre in agguato, nonostante la mia “italianità”: “<strong>Studiare e non smettere mai di farlo. Da una parte, perché è un piacere, dall’altra perché ci serve per essere sempre aggiornati”.</strong> Non smettere mai di studiare, per chi scrive testi digitali, può voler semplicemente dire avere sempre a portata di mano una buona grammatica italiana. Per non parlare di un buon vocabolario della lingua italiana e uno dei sinonimi e dei contrari. A chi come me ha l’anima un po’ vintage, verranno subito in mente dei gran libroni posati sul tavolo (ah, l’odore della carta del Devoto-Oli!), mentre oggi, che siamo più tecnologizzati (e fortunati?) il tutto si risolve con un bel click dentro qualche sito affidabile di riferimento. Avere cura della lingua, vuol dire andare a cercare su google in caso di un dubbio qualsiasi sulla lingua in cui sta scrivendo.</p>
<p>Devo molto alla mia carriera pluriennale di docente di lingue, perché mi ha permesso di sviluppare la cura per la lingua, orale e scritta. Avere a che fare, nella mia vita e nel mio lavoro, con lingue diverse – inglese e francese, principalmente – mi permette di mettermi sempre in discussione su quel che sto scrivendo, controllando di continuo per evitare l’errore. Lavorare in lingue diverse da quella italiana, ha affinato, con il tempo, la pratica, l’esperienza, la mia capacità di evitare l’errore. Certo, il famoso refuso è sempre in agguato, ma in generale la mia sensibilità è particolarmente allertata e pronta a intervenire, se capta qualcosa che assomiglia a un errore. Oltre ai miei studi, mi aiuta la formazione continua. Seguire webinar o leggere libri che riguardano la lingua italiana, in tutte le sue sfumature, specie su come sta evolvendo. Aggiornarmi in realtà non lo sento come un dovere: mi piace talmente tanto, la lingua italiana, che continuare a studiarla è soprattutto un piacere (come commentava Vera Gheno!). Questa cura della scrittura, prevede un tempo finale da dedicare al testo scritto. Un tempo che non deve essere per forza lungo, ma “concentrato”. Un tempo in cui rileggere e controllare che ogni singolo elemento vada bene, con strategie facilitanti, come l’ingrandimento dei caratteri, per leggere più agevolmente e individuare più facilmente eventuali errori o refusi.</p>
<p>È il tempo che il piccolo principe perde per la sua rosa che fa la sua rosa così importante (nel romanzo di Antoine de Saint-Exupery). <strong>È  il tempo che “perdiamo” per il nostro testo digitale che fa il nostro testo digitale così importante.</strong></p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Se clicchi qui, trovi servizi di scrittura digitale e formazione che partono proprio dal prendersi cura della lingua e della persona.</p>
<p><em>Verusca Costenaro</em></p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Tutti i grandi cambiamenti partono sempre dal prendersi cura delle parole e restituire alle parole il loro senso più profondo.</p>
<p>Alessandro D&#8217;Avenia, insegnante e scrittore.</p></div>
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		<item>
		<title>Chi mi ascolta, mi segua (parola di copywriter)</title>
		<link>https://www.veruscacostenaro.it/chi-mi-ascolta-mi-segua-parola-di-copywriter/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[cristiano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Mar 2022 08:55:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Formazione e Bio]]></category>
		<category><![CDATA[ascoltare]]></category>
		<category><![CDATA[ascolto]]></category>
		<category><![CDATA[ascolto attivo]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Rogers]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[content writing]]></category>
		<category><![CDATA[copywriting]]></category>
		<category><![CDATA[empatia]]></category>
		<category><![CDATA[insegnamento]]></category>
		<category><![CDATA[lingua scritta]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Nicoletta Cinotti]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[sensibilità]]></category>
		<category><![CDATA[sentire]]></category>
		<category><![CDATA[strategie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sentire e ascoltare non sono la stessa cosa. Ascoltare in maniera attiva non solo le richieste concrete di chi vuole un servizio di copywriting, ma i bisogni, le aspettative, i desideri, è una parte fondamentale del lavoro di cura della lingua scritta.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="et_pb_section et_pb_section_6 et_section_regular" >
				
				
				
				
				
				
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Insegnare e fare formazione, per tanti anni, mi ha fatto capire l’importanza di saper ascoltare. Mi ha insegnato ad ascoltare in maniera profonda, facendo di me una copywriter che ascolta con cura quel che mi chiede un cliente.</p></div>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_text et_pb_text_24  et_pb_text_align_left et_pb_bg_layout_light">
				
				
				
				
				<div class="et_pb_text_inner"><p><strong>ASCOLTARE, CIOÈ?</strong></p>
<p>Ascoltare non è quell’atto fisiologico che si fa con le orecchie – quello è “sentire”.  <strong>Ascoltare è fare silenzio, soprattutto mentale, eliminare preconcetti, pregiudizi, opinioni personali</strong>, e rimanere concentrati ad ascoltare le necessità, le perplessità, i desideri di chi abbiamo davanti &#8211; per esempio chi ci contatta per scrivere la storia del suo brand. Ascoltare la storia del brand, prima di farne uno storytelling sul web, è un atto genuino, dove proviamo a metterci nei panni di chi ha dato vita al brand, per capire non solo cosa ci sta chiedendo di raccontare, ma anche le sue emozioni &#8211; in modo da farle trasparire anch&#8217;esse sul web. Senza un atteggiamento di questo tipo, non è possibile costruire una relazione di fiducia – o una relazione tout court.</p>
<p><strong>CHI INSEGNA, IMPARA AD ASCOLTARE</strong></p>
<p>Nel mio lavoro di docente di lingue e italiano a stranieri, ho imparato  a entrare in classe e mettermi in ascolto dell’umore generale di chi avevo davanti, dei bisogni della giornata. Con una classe poco attenta per via di eventi turbolenti precedenti, conviene andare avanti a kamikaze con la spiegazione? O meglio lasciare un attimo di respiro, per sostenere la ripresa dell’attenzione? Nelle giornate di formazione, invece, spesso avevo davanti centinaia di persone con mille domande. Potevo parlare solo io? No: per me, era sapermi <strong>flettere come canna al vento, con la stessa leggerezza e imparzialità, con orecchie (e cuore!) ben aperte</strong>, pronta ad accogliere ogni necessità o richiesta, per arrivare a una possibile risposta.</p>
<p><strong>LO ZAMPINO DELLA PSICOLOGIA </strong></p>
<p><strong>In psicologia, Carl Rogers definisce “attivo” questo tipo di ascolto</strong>. Perché coinvolge in maniera attiva chi ascolta. I principi di fondo sono l’accettazione e l’empatia, che permettono di stabilire un rapporto autentico con chi parla. Vuol dire ascoltare con vera attenzione, coinvolgimento, rispetto, senza interrompere di continuo o imporsi. Una modalità comunicativa “sana”,  costruttiva, nutriente – e alla fine efficace.</p>
<p>In un articolo dell’ottobre 2015, sul suo blog la psicoterapeuta <strong>Nicoletta Cinotti</strong> scrive: “<strong>L’ascolto richiede attenzione e l’attenzione che riceviamo innesca un circolo virtuoso che sostiene la nostra comunicazione.</strong>” E chi scrive contenuti digitali lo sa, quanto è importante sostenere la comunicazione con chi ci richiede un lavoro di scrittura per valorizzare il suo brand.</p>
<p><strong>ASCOLTARE NEL COPYWRITING</strong></p>
<p>Con queste premesse, <strong>quanto conta, per chi scrive contenuti online, saper ascoltare davvero chi commissiona quei contenuti?</strong> Beh, moltissimo. Ci sono piccole e semplici strategie da tenere a mente quando ci si relaziona con chi ci contatta per scrivere. Un ascolto attivo vuol dire, per esempio, che io:</p>
<ul>
<li>taccio e ti lascio parlare senza interruzioni, per incoraggiarti a raccontare la tua storia, i tuoi valori. Come scrive Matteo Rampin nel suo libro <em>Parlami. Piccolo libro dell&#8217;ascolto</em>, &#8220;Mi impegno a fare di questo silenzio una sfera accogliente, un&#8217;attesa salda e ferma, perché i nostri racconti prendano vita in un &#8216;campo di possibilità&#8217; in cui seminare insieme e insieme coltivare, e raccogliere&#8221;;</li>
<li>ascolto in modo percettivo, come un direttore d&#8217;orchestra, che, come osserva Rampin, si sforza per &#8220;riuscire a distinguere le pause del tuo raccontare in base alla loro funzione; notare i più tenui crescendo e decrescendo&#8230;sentire &#8220;fisicamente&#8221; il tuo ritmo personale;</li>
<li>una volta che hai finito di raccontarti, riformulo la tua storia e le tue richieste, cioè le ripeto con parole mie. Così verifico se ho capito bene, assieme a te, e do ulteriore valore ai tuoi bisogni, a chi sei tu.</li>
</ul>
<p>Sono solo alcune delle strategie possibili per creare un clima di ascolto partecipe con chi ci commissiona un lavoro. E se per caso sei in cerca di una persona che ti ascolti bene e con cura, prima di scrivere contenuti digitali per te, per la tua azienda, per il tuo brand.. beh, forse hai trovato la persona per te!</p></div>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_text et_pb_text_25 et_clickable  et_pb_text_align_left et_pb_bg_layout_light">
				
				
				
				
				<div class="et_pb_text_inner"><p>Se clicchi qui trovi servizi di scrittura digitale e formazione basati proprio sull’ascolto attivo: chi ha voglia di essere ascoltato veramente, mi segua!</p>
<p><em>Verusca Costenaro</em></p></div>
			</div>
			</div>
				
				
				
				
			</div><div class="et_pb_row et_pb_row_13 et_pb_gutters1">
				<div class="et_pb_column et_pb_column_1_4 et_pb_column_19  et_pb_css_mix_blend_mode_passthrough">
				
				
				
				
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				<div class="et_pb_module et_pb_text et_pb_text_26  et_pb_text_align_left et_pb_bg_layout_light">
				
				
				
				
				<div class="et_pb_text_inner"><p>C’è una cosa che tutti possiamo fare e che può cambiare il mondo. È un’azione semplice ed economica, che non richiede titoli di studio, prestanza fisica o bellezza, né doti da attori o strane “tecniche di comunicazione”; è qualcosa che si può fare quando si è sani e quando si è malati, da giovani e da vecchi, ovunque e sempre: ascoltare.</p>
<p>Matteo Rampin, psichiatra e psicoterapeuta.</p></div>
			</div>
			</div>
				
				
				
				
			</div>
				
				
			</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.veruscacostenaro.it/chi-mi-ascolta-mi-segua-parola-di-copywriter/">Chi mi ascolta, mi segua (parola di copywriter)</a> proviene da <a href="https://www.veruscacostenaro.it">Verusca Costenaro</a>.</p>
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