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	<title>Parole e Linguaggio Archivi - Verusca Costenaro</title>
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	<title>Parole e Linguaggio Archivi - Verusca Costenaro</title>
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		<title>La supplica del presto (o il valore dell&#8217;empatia)</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jun 2023 14:17:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Riflessioni sulla parola "presto" e sul suo uso quando scriviamo agli altri, e non conosciamo esattamente la loro concezione e percezione del tempo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.veruscacostenaro.it/la-supplica-del-presto-o-il-valore-dellempatia/">La supplica del presto (o il valore dell&#8217;empatia)</a> proviene da <a href="https://www.veruscacostenaro.it">Verusca Costenaro</a>.</p>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Quando scriviamo, un testo qualunque, è bene soffermarsi sugli usi automatici di certe parole &#8211; come la parola &#8220;presto&#8221;.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p><strong>ATTENZIONE ALLE PAROLE CHE SCEGLIAMO</strong></p>
<p>Stavo scrivendo una mail di risposta a un annuncio di lavoro, e riflettevo su come concluderla. Non amo molto le espressioni troppo formali, specie in fase di chiusura, mi sanno un po’ da yogurt scaduto. E <strong>mentre stavo per scrivere “Spero di sentirvi presto”, mi sono interrotta bruscamente, colta da un sottile strato di ansia</strong>. Presto. In che senso, presto? Cosa vuol dire presto? Tra 1 giorno? Una settimana? Due ore??</p>
<p>“Presto” è una parola che fa parte del nostro vocabolario quotidiano. Quante volte la usiamo, quando parliamo o scriviamo a chi conosciamo, nella formula “A presto”? È un modo per mantenere aperta la comunicazione, la relazione. In divenire. <strong>Un’apertura che è anche speranza di un contatto non troppo lontano nel tempo</strong>.</p>
<p><strong>I SIGNIFICATI DELLA PAROLA “PRESTO”</strong></p>
<p>“Presto”, in sostanza, vuol dire “velocemente”. Mentre digitavo la mia frase di chiusura nella mail, <strong>quel “presto” mi è sembrato invadente. Una supplica quasi</strong>. Mi sono messa nei panni di chi mi avrebbe letto: avrebbe sorvolato su quel “presto”, o lo avrebbe trovato un po’ indigesto? Si sarebbe sentito pressato, da quella mia richiesta implicita di una risposta veloce? Riflessioni da linguista e amante delle parole. Da chi sa che una parola può fare la differenza (specie dentro una mail di risposta a un annuncio di lavoro).</p>
<p>“<strong>Presto”, poi, può assumere varie sfumature a seconda della cultura di origine</strong>: ricordo un giorno in cui io e un mio amico libanese ci eravamo dati appuntamento davanti al suo ristorante alle 17:00. Alle 17:00 in punto, io ero lì. Ho aspettato per più di 30 minuti, per poi scoprire che lui era ancora al supermercato accanto a fare la spesa per il giorno, e che il suo “alle 17:00” era un orario indicativo. Un amico africano mi ha raccontato che funziona un po’ così, anche nelle culture africane: se hai un appuntamento alle 17:00, ma mentre cammini per strada incontri un amico che non vedevi da anni, quell’amico ha la precedenza, e tu ti fermi a parlare con quell’amico, anche se poi arrivi in ritardo all’appuntamento. Certo, possiamo discutere sulla sensibilità di avvisare, in caso di ritardo. Ma quel che mi interessa è questo: entrare dentro un’altra cultura, è entrare dentro un modo potenzialmente differente di ragionare. Per cui, se scrivo “Spero di sentirvi presto” in una mail indirizzata a una persona che proviene da una cultura diversa dalla mia, come interpreterà quel “presto”?</p>
<p><strong>UNA SOCIET</strong><strong>À CHE CI SPINGE A FARE PRESTO</strong></p>
<p>Oltretutto, viviamo <strong>in una società che non cammina – corre. Dove il tempo è prezioso, non bisogna perdere tempo</strong>, occorre ottimizzare il tempo, e cose così, che aumentano i livelli di ansia di tutti, specie chi si sente perennemente in ritardo (presente!!). Ci penso un attimo, e da persona umana che fatica a reggere le fretta, e da persona che scrive con cura e attenzione ai dettagli, <strong>decido che non la voglio trasmettere, questa fretta, alle persone a cui scrivo</strong>.</p>
<p>Così, ferma alla mia formula di saluti finali, mi sono messa a pensare: come potrei sostituire questo senso di urgenza nascosto (neanche tanto) tra le righe? Ho cercato di sfruttare la mia capacità di empatia, e <strong>me ne sono venuta fuori con un “Spero di sentirvi quando avrete tempo di rispondermi</strong>”. Avrei potuto trovare altre soluzioni? Sì, questa è solo una di quelle possibili. Ok, ho allungato la frase, ma ho tolto quel “presto” che alla fine non mi dava una indicazione precisa del “quando” avrei desiderato sentire un cenno da parte loro, e rischiava di farli sentire un po’ sotto pressione. “Quando avrete tempo di rispondermi”, si mette nei panni di chi legge. Tiene in considerazione il tempo di chi leggerà, si apre alla possibilità di un’attesa legata ai tempi dell’altro, ma comunque fa intendere che lo aspetterà. Con la fiducia che qualcosa ne verrà fuori.</p>
<p><strong>ESSERE CONSAPEVOLI DEGLI AUTOMATISMI LINGUISTICI</strong></p>
<p>Questo “presto”, mi sono resa conto, era diventato un mio automatismo linguistico. Forse, quello di cui abbiamo bisogno nel tipo di società attuale, è <strong>fare più attenzione agli automatismi della lingua e del pensiero</strong>. Per dire: “Le femmine amano il rosa e i maschi l&#8217;azzurro”, “Le mogli cucinano mentre i mariti leggono il giornale”, sono stereotipi e automatismi del pensiero.</p>
<p><strong>Magari sostituire “presto” con altre espressioni e forme diverse, originali, potrà ridurre quel senso di urgenza che traspare da alcune parole?</strong> O aiutarci a far calare i livelli di ansia sociale generale? Alle società future la risposta – ma molto dipenderà da come usiamo noi le parole oggi.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Se clicchi qui, trovi i miei servizi di scrittura digitale &#8211; dove il tempo della scrittura ha un suo valore. Dove il &#8220;fare presto&#8221; è sostituito dal &#8220;prendersi cura con i tempi che servono&#8221;.</p>
<p><em>Verusca Costenaro</em></p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Non abbiamo tempo per dedicarci un po’ di tempo.</p>
<p>Eugène Ionesco, saggista e drammaturgo.</p></div>
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		<title>Bada come parli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Verusca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jan 2023 07:08:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In un mondo che cambia, le parole che scegliamo di usare possono fare la differenza. Scegliamole con attenzione e cura.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.veruscacostenaro.it/bada-come-parli/">Bada come parli</a> proviene da <a href="https://www.veruscacostenaro.it">Verusca Costenaro</a>.</p>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>È un momento storico, il nostro, in cui le parole che usiamo hanno ripreso importanza. In cui facciamo più attenzione alle parole che usiamo, proprio perché possono avere delle conseguenze su chi ci circonda. Ci rifletto, partendo dalla parola “dipendente”, e dalle osservazioni lette in alcuni libri.</p></div>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_text et_pb_text_5  et_pb_text_align_left et_pb_bg_layout_light">
				
				
				
				
				<div class="et_pb_text_inner"><p><strong>LE NOSTRE PAROLE</strong></p>
<p>Nel suo contributo al volume <em>Le parole sono finestre (oppure muri)</em> di Marshall B. Rosenberg, incentrato sulla cosiddetta comunicazione non violenta, <strong>Andrea Canevaro</strong>, Professore all’Università di Bologna, scrive:</p>
<p>“<strong>Marshall B. Rosenberg</strong> attribuisce una grande importanza alle parole. Con le parole neghiamo le nostre responsabilità attribuendo i nostri atti a forze impersonali, alla nostra condizione di salute, alle autorità , alle pressioni sociali, alle pulsioni incontrollabili… Con le parole attribuiamo ad altri un modo d’essere assoluto, e non ciò che è relativo a un nostro giudizio in certe circostanze”.</p>
<p>In questo senso, quando scegliamo una parola, ne abbiamo totale responsabilità: siamo noi autori, o meglio, co-autori, dello scambio comunicativo che avviene assieme a un’altra persona. Siamo noi a dirigere la comunicazione, assieme a chi abbiamo davanti, a seconda delle parole, delle espressioni che scegliamo di volta in volta.</p>
<p><strong>Le parole che usiamo fanno parte vocabolario condiviso con chi usa la nostra stessa lingua. Fanno parte del linguaggio comune, di tutti i giorni, che utilizziamo senza porci domande</strong>, così come scegliamo un vestito la mattina dall’armadio, lo indossiamo e via. Le parole così come sono state codificate per nominare oggetti, situazioni, eventi, e tutto ciò che ci circonda, non ci creano sorpresa. Ne siamo abituati.</p>
<p><strong>UNA NOSTRA PAROLA PU</strong><strong>Ò FARE LA DIFFERENZA</strong></p>
<p>Poi capita di leggere una riflessione su un libro, ed è come se ti cascasse in testa una tegola: BOING! Ti si aprono gli occhi, d’un tratto, e inizi a farti delle domande sulle parole che usi senza farci caso. E una domanda tira l’altra e <strong>si apre un nuovo mondo davanti a te, un mondo in cui le parole non sono neutre, ma hanno potere, il potere di</strong> (e qui ci aggiungi un po’ di tutto e di più).</p>
<p>Il libro che mi ha lanciato questa tegola in testa è della consulente per le risorse umane <strong>Chiara Bisconti</strong>, <em>Smart Agili Felici. Il nuovo modo di lavorare che libera la vita</em> (Garzanti 2021). La parola-tegola è “dipendente”. “Se ci rivolgiamo a una persona chiamandola “dipendente”, vuol dire che è così che la vediamo, un essere che <em>dipende</em> da noi, dalle nostre decisioni”, scrive Bisconti nel suo libro.</p>
<p><strong>LA PAROLA DIPENDENTE</strong></p>
<p>La Treccani online spiega che “dipendente”, in quanto aggettivo, vuol dire “Che dipende, che è ad altri soggetto o subordinato”, e poi fa l’esempio di “lavoratori dipendenti”, “lavoro dipendente (non autonomo)”. Interessante, dunque, che pure nella Treccani il primo significato sia riferito al mondo del lavoro.</p>
<p>Nel suo libro, Chiara Bisconti, che di lavoro è esperta e si occupa quotidianamente, riflette sul significato di usare la parola “dipendente” come se nulla fosse: “<strong>I manager che definiscono così le persone che lavorano con loro le stanno trasformando in oggetti e finiscono per vederle come persone incapaci di decidere in autonomia, rendendo difficile il processo di delega</strong>”. In un certo qual senso, è come se considerassimo un adulto “che dipende da noi” ancora un bambino, incapace di autonomia, responsabilità, presa di decisioni. Poi magari nella realtà dei fatti non è esattamente così, ma è insito nell’uso in sé della parola “dipendente”.</p>
<p>Bisconti prosegue nelle sue riflessioni, con un riferimento all’uso di “dipendente” oltre l’ambito lavorativo:  “Al di fuori del contesto aziendale una persona dipendente è una persona che ha perso parte della sua autonomia, non ha raggiunto la piena responsabilità, vive in una condizione di debolezza. Nella vita privata proviamo una sensazione di fastidio a essere “dipendenti” da qualcosa, siamo al contrario orgogliosi della nostra indipendenza, magari conquistata a fatica. Ma allora perché in azienda non ne siamo disturbati?” Quante volte abbiamo sentito parlare di “dipendenza” all’interno di un rapporto di coppia? Co-dipendenza, anche. Un tipo di relazione che la psicologia considera disfunzionale – non sana. Allora, come la mettiamo con la dipendenza dentro l’azienda?</p>
<p><strong>UNA RINNOVATA SENSIBILIT</strong><strong>À VERSO LE PAROLE</strong></p>
<p>Le parole rispecchiano il mondo particolare di cui facciamo parte. Se uso la parola “dipendente”, vuol dire che il mio mondo di riferimento si basa sulla gerarchia – e in Italia è così, che piaccia o meno. Come osserva la Digital Content Strategist <strong>Valentina Di Michele</strong> <em>in Scrivi e lascia vivere</em> (Flakowski, 2022), che ha curato assieme ad <strong>Andrea Fiacchi</strong> e <strong>Alice Orrù</strong>: &#8220;Il linguaggio ci aiuta a descrivere gli oggetti in loro assenza. Si sviluppa all’interno di ciascuna comunità per condividere le esperienze, i pensieri, le idee, le emozioni.  Rispecchia il modello mentale di chi lo usa: le abitudini, le convenzioni e le regole sociali”.</p>
<p>Se dunque nella lingua italiana è ancora comune, come racconta Chiara Bisconti, l’uso dentro le aziende di parole come “sottoposto” e “superiore”, c’è da farsi qualche domanda. “Ma chi di noi potrebbe definirsi superiore a un’altra persona, al di fuori di un’organizzazione? Fuori dal contesto lavorativo la parole suona superba, giudicante”, si domanda Bisconti. Per non parlare poi del gergo militare, altrettanto imperante nel mondo del business, ricorda Bisconti: “Le “strategie di attacco” della concorrenza,  la “sconfitta” dei <em>competitors</em>, la voglia di “vincere la battaglia” sul mercato”.</p>
<p>Parole di uso quotidiano, che diamo per scontate, che usiamo senza pensarci su. Mail mondo, le società, stanno cambiando. La sensibilità verso le parole sta aumentando. <strong>In un mondo e in una società in cambiamento, che hanno voglia di evolversi e spezzare alcune abitudini, come le gerarchie, che hanno sete di uguaglianza, equità, giustizia, le parole che scegliamo di usare fanno la differenza</strong>.</p>
<p><strong>COME SCEGLIERE LE PAROLE</strong></p>
<p>Ma allora, se le parole fanno davvero la differenza nei nostri discorsi, come orientare le nostre scelte linguistiche? Soprattutto se di lavoro scriviamo contenuti digitali che saranno letti da un pubblico altro, variegato, che potrebbero avere un qualche effetto “sgradito” su questo pubblico. Nella sua prefazione al volume <em>Scrivi e lascia vivere</em> citato sopra, la giornalista <strong>Veronica Fernandes</strong> dà una possibile risposta:<strong> farsi le domande giuste</strong>. Ecco tre domande che propone:</p>
<ul>
<li>Quali sono i miei privilegi e come li gestisco?;</li>
<li>Quali sono i miei privilegi, soprattutto quelli così radicati da sembrarmi invisibili?;</li>
<li>Chi ferisco quando li metto in pratica e traduco in parole?</li>
</ul>
<p>In breve: serve una dose di riflessione e di consapevolezza, nel momento in cui scelgo di usare una certa parola. Se la scelgo, e so che potrò ferire una determinata persona o categoria (sì, le categorie esistono, anche se non ci piacciono e non le vorremmo), me ne assumo la responsabilità. Posso scegliere di usare un’altra espressione al posto della parola “incriminata”. Per esempio, invece di “dipendente di quell’azienda” posso sciogliere il sostantivo in una costruzione come “chi lavora in quell’azienda”. Avrò un’espressione più lunga di una singola parola (e si sa quanto la lingua vada alla ricerca del risparmio!), ma almeno non avrò offeso nessuno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Se clicchi qui, trovi i miei servizi di scrittura digitale e di formazione, che si fondano su una scelta accurata e attenta delle parole.</p>
<p><em>Verusca Costenaro</em></p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Ci sei tu indipendente da me, ci sono io indipendente da te. Dove esistono un io e un tu indipendenti, ci saranno separazione e differenza, che diventano il fondamento della relazione.</p>
<p>Gregory Kramer, esperto e insegnante di meditazione, autore di libri.</p></div>
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<p>L'articolo <a href="https://www.veruscacostenaro.it/bada-come-parli/">Bada come parli</a> proviene da <a href="https://www.veruscacostenaro.it">Verusca Costenaro</a>.</p>
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		<title>Scrivere senza spreco</title>
		<link>https://www.veruscacostenaro.it/scrivere-senza-spreco/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Verusca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Jan 2023 07:17:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’importanza di scrivere testi digitali "senza spreco": riflessioni sull'approccio mudafree e sulla scrittura sostenibile, che si prende cura della lingua.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.veruscacostenaro.it/scrivere-senza-spreco/">Scrivere senza spreco</a> proviene da <a href="https://www.veruscacostenaro.it">Verusca Costenaro</a>.</p>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Ho incontrato la parola giapponese “muda”, spreco, in un articolo sulla rivista Millionaire dei mesi dicembre 2021/gennaio 2022. Alcuni imprenditori hanno creato un’azienda basata su un approccio “mudafree”, senza spreco. Mi chiedo se questo approccio possa essere vincente anche nel mondo del copywriting e content writing – quando si tratta di scrivere senza sprecare frasi e parole, tempo ed energia.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p><strong>SCRIVERE &#8220;IL GIUSTO&#8221;</strong></p>
<p>Se applico il concetto giapponese “mudafree”, ossia zero spreco all’atto dello scrivere, mi viene in mente una lingua asciutta, chiara, lineare, con la giusta quantità di informazioni, che si legge bene, con scioltezza, piacevolezza, facilità. Una lingua priva di giri di parole, lunghe spiegazioni, ripetizioni, concetti astratti o ambigui. <strong>Sprecare parole scritte equivale a sprecare tempo, energie</strong>. <strong>Inquinare l’ambiente digitale con un surplus di parole e concetti, informazioni</strong>. Invece, chi legge un contenuto online, non vuole sentirsi sotto l&#8217;onda travolgente di un fiume di parole in piena. Applicato alla scrittura di testi digitali, dunque, il concetto &#8220;mudafre&#8221; equivale a scrivere “il giusto”, per ogni contesto, per ogni situazione, per ogni richiesta.</p>
<p><strong>IL METODO MUDAFREE </strong></p>
<p>Sempre nell’articolo del Millionaire leggo che, nel 2020, il concetto Muda è stato applicato al mondo aziendale, dando vita a Redlab, società di consulenza. I fondatori, <strong>Marco Scarpellino e Vittorio Lanzillo</strong> hanno creato un vero e proprio metodo, Mudafree, da loro definito “<strong>un approccio innovativo che mira ad eliminare tutti i tipi di sprechi per rendere le operazioni aziendali misurabili, efficaci, efficienti, ripetibili e sostenibili&#8221;.</strong></p>
<p>Se penso alla scrittura digitale, mi risuonano le parole “efficace”, “efficiente”, “ripetibile”, “sostenibile”. Una scrittura che dà vita a una lingua:</p>
<ul>
<li>ripetibile, nel senso che posso usare le stesse strategie di scrittura, in più generi di testi;</li>
<li>sostenibile, ossia che genera poco rifiuto, nel senso di surplus di informazioni, nozioni, parole;</li>
<li>efficace ed efficiente, ossia che arriva a soddisfare gli obiettivi che si prefigga la comunicazione, i bisogni di chi legge.</li>
</ul>
<p><strong>DALL’ECONOMIA SOSTENIBILE ALLA LINGUA SOSTENIBILE</strong></p>
<p>In particolar modo mi interessa la parola “sostenibile”. <strong>Come si può arrivare a creare una lingua </strong><strong>sostenibile?</strong> Cosa vuol dire, poi?</p>
<p>Sviluppo sostenibile, è quello che “soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i propri”, spiega la Commissione delle Nazioni Unite sull’ambiente.</p>
<p>Una lingua sostenibile, è una lingua che si mette al servizio del tempo presente – un tempo sovraffollato – e dunque si fa “giusta”, nel senso di quantità, puntando più sulla qualità: <strong>ti dico il giusto con i modi e le parole giuste, senza sovraccaricarti</strong>.</p>
<p><strong>Una lingua sostenibile, è una lingua che ascolta le istanze, i bisogni, le richieste del tempo e della società presente &#8211; e ci si adatta</strong>, con le modifiche necessarie (incusi neologismi che ci possono apparire o suonare &#8220;strani&#8221;). Una lingua a cui prestare attenzione, che va ascoltata, presa in cura: un lascito per le generazioni a venire, questa lingua scritta curata. Generazioni che saranno sempre più digitali e onlife, lontane dai libri stampati, dalla parola stampata, dalla parola dentro un libo di carta, dalla linearità del processo di lettura di un libro. Un lascito che è come dire: ti lascio un pezzo di lingua-tradizione che a breve potrebbe sparire. Stiamo perdendo la cura della parola: impariamo a sostenerla – senza spreco!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p></div>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_text et_pb_text_10 et_clickable  et_pb_text_align_left et_pb_bg_layout_light">
				
				
				
				
				<div class="et_pb_text_inner"><p>Se clicchi qui, trovi i miei servizi di scrittura digitale e di formazione &#8211; dove cerco proprio di seguire un approccio &#8220;mudafree&#8221;, senza spreco di parole.</p>
<p><em>Verusca Costenaro</em></p></div>
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			</div><div class="et_pb_row et_pb_row_5 et_pb_gutters1">
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Come gli uomini ostinati sprecano i propri talenti, così il bue cocciuto la propria forza.</p>
<p>Proverbio cinese.</p></div>
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<p>L'articolo <a href="https://www.veruscacostenaro.it/scrivere-senza-spreco/">Scrivere senza spreco</a> proviene da <a href="https://www.veruscacostenaro.it">Verusca Costenaro</a>.</p>
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		<title>Ahi ahi, quant&#8217;è bello scrivere!</title>
		<link>https://www.veruscacostenaro.it/ahi-ahi-quante-bello-scrivere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Verusca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Dec 2022 06:30:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Parole e Linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[contentwriting]]></category>
		<category><![CDATA[copywriting]]></category>
		<category><![CDATA[creatività]]></category>
		<category><![CDATA[cura]]></category>
		<category><![CDATA[dedizione]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[entusiasmo]]></category>
		<category><![CDATA[fatica]]></category>
		<category><![CDATA[gioia]]></category>
		<category><![CDATA[impegno]]></category>
		<category><![CDATA[Nicoletta Cinotti]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>
		<category><![CDATA[passione]]></category>
		<category><![CDATA[piacere]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[scrivere]]></category>
		<category><![CDATA[sofferenza]]></category>
		<category><![CDATA[testi digitali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riflessioni sulla parola "passione". Sullo scrivere per lavoro con passione, cioè con gioia ed entusiasmo, ma anche con impegno e fatica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.veruscacostenaro.it/ahi-ahi-quante-bello-scrivere/">Ahi ahi, quant&#8217;è bello scrivere!</a> proviene da <a href="https://www.veruscacostenaro.it">Verusca Costenaro</a>.</p>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Scrivo con passione. Ossia, quando mi trovo a scrivere un testo digitale, per chi me lo commissiona, ci metto dedizione e cura, mi ci dedico con gioia ed entusiasmo, energia. Ma il tempo della scrittura si accompagna anche a impegno, concentrazione, fatica.</p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p><strong>LA PARTE LUMINOSA DELLA PASSIONE</strong></p>
<p><strong>Ho sempre associato la parola “passione” a qualcosa di positivo</strong>. Luminoso, energico, roseo. L’immagine che ho è di chi fa qualcosa mettendoci tanto amore, cura, dedizione, energia, sorrisi. Come essere avvolti costantemente da una fiamma di fuoco, che ti alimenta con le sue fiamme calde. Come essere in preda a un’estasi continua, che ti fa andare avanti con forza e determinazione. Da questo punto di vista, “passione” è una parola che accende e illumina, prende fuoco e ti trascina dentro il suo fuoco. Una parola preziosa, da tenere con sé e portare dentro la propria vita, in qualche modo, per contaminarla con questa onda energetica luminosa.</p>
<p><strong>LA PARTE OMBROSA DELLA PASSIONE</strong></p>
<p>Poi un giorno mi è capitato di confrontarmi con Alessandro, amico poeta che conosce bene l’etimologia delle parole, e di trovarmi a riflettere su un diverso aspetto della parola “passione”. All’interno di una intervista per il mio blog Biocaffeina, ho fatto ad Alessandro una delle domande che faccio di solito, ossia: <em>Qual è la tua “passione” nella vita, qualcosa che fai con estremo piacere, che ti riesce bene?</em></p>
<p>Alessandro mi ha risposto così: “Bisognerebbe cominciare col capire che cosa significa la parola ‘passione’. Nella tua domanda la descrivi come qualcosa che si fa ‘con estremo piacere’, anche se <strong>la parola deriva da</strong><strong>l latino ‘passio-onis’ ed è collegata al verbo ‘patior’ che, in realtà, significa ‘patire, soffrire’</strong>”. Alessandro ha aperto in me uno spiraglio di riflessione nuovo, imprevisto. In effetti, a pensarci meglio, se collego la passione a qualcosa di doloroso, mi viene in mente la famosa “Passione di Gesù”. Ossia il percorso di sofferenza e l’agonia di Gesù Cristo, che ha portato alla sua crocifissione.</p>
<p>Alessandro mi ha poi spiegato il suo punto di vista: “Non dimentichiamo che ogni passione ha in sé anche questo significato di sofferenza. Non è qualcosa che si fa solo ricavandone del piacere; una passione costa anche della fatica, quando non propriamente sofferenza”. Passione e fatica, dunque. L’etimologia delle parole non mente, e io ringrazio Alessandro per questo spunto di riflessione.</p>
<p><strong>LA PASSIONE DELLO SCRIVERE</strong></p>
<p>Scrivere testi digitali per chi me li chiede è il mio lavoro. Che amo. Che faccio con passione. Chi scrive testi sul web, per aziende o privati, si relaziona con chi prima non conosceva. Si ritrova davanti un compito assieme stimolante e impegnativo.</p>
<p><strong>Stimolante, perché è creativo</strong>: cosa mi ritroverò a scrivere? Scrivere è l’ultima fase di un processo più lungo: ti conosco, capisco di cosa ti occupi, capisco i tuoi obiettivi, progetto un’idea, scrivo un contenuto. Un percorso che, mentre lo fai, ti stimola la mente. Ti porta a cercare spunti, idee, non solo originali, ma adatte a chi te le ha chieste. Un processo in cui ti trovi immerso per periodi più o meno lunghi, al 100%, come quando ti ritrovi dentro un romanzo o un film, e ti senti parte di un mondo nuovo.</p>
<p><strong>Impegnativo, perché deve arrivare a individuare una risposta unica e originale</strong> tramite il processo descritto sopra. Perché si ha spesso di fronte una persona o un prodotto che non si conosce bene. C&#8217;è da entrare in relazione con una persona nuova, con i suoi bisogni, i desideri, le aspettative. Poi c&#8217;è da studiare il suo prodotto, magari in un ambito nuovo per noi. C&#8217;è da conoscere. Informarsi. Fare ricerca. Tutte cose che costano fatica, ossia, come mi ricorda la Treccani online, “sforzo e travaglio dell’intelletto”. Fatica che può essere anche sofferenza fisica: non è per nulla facile, per il corpo tutto, passare molto tempo senza muoversi davanti allo schermo di un computer.</p>
<p><strong>ESPRIMERE LA PASSIONE</strong></p>
<p>Seguo (con passione!) il blog di <strong>Nicoletta Cinotti</strong>, una psicoterapeuta esperta di mindfulness e appassionata di scrittura. In un articolo del 30 gennaio 2016, Nicoletta scrive così della passione: “<strong>La passione non ha bisogno di cercare il piacere fuori: lo possiede già in se stessa</strong> e viene declinato dall’espressione e dalla padronanza con cui riusciamo ad affermarci, un piacere nutrito dai risultati ma che non dipende dal risultato. Dipende proprio dall’averla espressa, dall’aver amato, dall’aver sentito. E ha tutta la luce del giorno”.</p>
<p>Esattamente quello che provo quando scrivo un testo digitale: un piacere nutrito dai risultati, che non dipende dal risultato, ma dall’avere la possibilità di esprimere la mia passione dello scrivere<strong>. </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Se clicchi qui, trovi i servizi di scrittura digitale e formazione che posso svolgere per te con estrema passione.</p>
<p><em>Verusca Costenaro</em></p></div>
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Se non respiri attraverso la scrittura, se non piangi nello scrivere, o canti scrivendo, allora non scrivere, perché alla nostra cultura non serve.</p>
<p>Anaïs Nin, scrittrice.</p></div>
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		<title>Ci sei dentro, o no, nella tua lingua?</title>
		<link>https://www.veruscacostenaro.it/ci-sei-dentro-o-no-nella-lingua-cheti-circonda/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Verusca]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Dec 2022 07:14:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Parole e Linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[accogliere]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
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		<category><![CDATA[includere]]></category>
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		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio inclusivo]]></category>
		<category><![CDATA[linguistica]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Daloiso]]></category>
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		<category><![CDATA[sociolinguistica]]></category>
		<category><![CDATA[testi digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Vera Gheno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riflessioni sul concetto di inclusione: includere una persona non solo nei fatti, ma a parole. Nella lingua che usiamo tutti i giorni. Una lingua che cambia, così come cambia la nostra società, e ci porta a sperimentare un nuovo linguaggio.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="et_pb_section et_pb_section_4 et_section_regular" >
				
				
				
				
				
				
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>Includere, è un gesto che si fa con le persone. Ti includo nel mio spazio vitale, oppure no. Da qualche tempo, però, è  diventata una questione che riguarda anche il linguaggio, la lingua che parliamo tutti i giorni. Parole che includono o meno.</p></div>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_text et_pb_text_17  et_pb_text_align_left et_pb_bg_layout_light">
				
				
				
				
				<div class="et_pb_text_inner"><p><strong>INCLUDERE A PAROLE</strong></p>
<p><strong>Nella mia carriera di formatrice e docente di lingue, mi sono sempre posta la questione di far sentire inclusa ogni persona che avevo di fronte</strong> nelle mie lezioni, nei miei incontri. Trovare i modi per includere, nei fatti, per me equivale a rispettare. Da qualche tempo, si parla non solo di includere nei gesti, nelle azioni, ma anche nelle parole. Usare le parole adatte per far sentire inclusa nei nostri discorsi – orali o scritti – ogni persona con le sue diverse caratteristiche, legate alla provenienza geografica, linguistica, socio-economica e culturale, alla religione, al sesso, e ogni altro aspetto della vita considerato significativo per l&#8217;identità.</p>
<p>La domanda che si stanno ponendo al momento linguisti e studiosi del linguaggio e di questa lingua che è in continua evoluzione e muta, così come muta la società in cui viviamo, è: <strong>come si fa, a includere lingusiticamente ogni persona con i suoi tratti, quando si scrive o si parla?</strong></p>
<p>Ma soprattutto, si fa davvero? Davvero è possibile, con le parole, coinvolgere ogni tipologia di essere umano, in modo che ogni persona si senta rappresentata, grammaticalmente e lessicalmente, dalle parole che scegliamo?</p>
<p><strong>INCLUDERE NELLA COSCIENZA</strong></p>
<p>Prima ancora di porci la domanda su quale parola usare per includere ogni persona con i suoi tratti particolari, nella nostra comunicazione, c’è un’altra domanda interessante da porci. Ossia: come mai, di questi ultimi tempi, ogni tipologia di essere umano scalpita per sentirsi rappresentata, nel linguaggio che usiamo? Questo, dovremmo chiederci, ancora prima di trovare strategie linguistiche, lessicali, morfosintattiche, per riuscire a includere ogni tipologia di essere umano quando parliamo o scriviamo. <strong>Arrivare a sviluppare una sorta di “coscienza inclusiva”, prima che linguistica</strong>, come quella suggerita da Sadhguru, ossia Jaggi Vasudev, mistico e yogi indiano. Una mente aperta, accogliente, non giudicante, innanzitutto</p>
<p>A volte mi viene da pensare che stia tutto “prima”, di quel testo digitale che scriverò, come copy e content writer, e che potrebbe offendere chi non si sente rappresentato. Per esempio, perché uso solo il genere maschile o femminile? E se chi mi legge non si riconoscesse in nessuno dei due, come si sente? L’inclusione sta in primis nella società, fuori dal testo, nel con-testo in cui viviamo ogni giorno. Nelle caratteristiche, di ogni società. Ci sono quelle più inclusive, e quelle meno. Forse, in quelle meno la gente scalpita di più per sentirsi riconosciuta. Perché, credo, se una persona si sente riconosciuta in pieno, nella sua essenza, nel suo modo di essere e fare, si sente apprezzata valorizzata, sostenuta, nella società in cui cresce e vive, allora, forse non sarà così essenziale lavorare un testo a lungo e “per forza”, per farla sentire accolta anche a parole.</p>
<p><strong>INCLUSIONE LINGUISTICA IN PROGRESS</strong></p>
<p><strong>Quella dell’inclusione linguistica, grammaticale, lessicale, morfosintattica, stilistica, quando parliamo o scriviamo, è una questione “in progress”</strong>. Ancora troppo presto, a mio avviso, per avere una risposta chiara, definitiva, condivisa. Ancora troppo presto perché alcune proposte – l’asterisco finale, lo schwa, la vocale “u” al posto dell’accordo femminile o maschile, per citarne alcune – vengano standardizzate e rese pratiche comuni e quotidiane. La stessa linguista Vera Gheno, in una intervista osserva che “Lo schwa è un esperimento. E sperimentare con la lingua non è vietato”. In un incontro dal vivo sui social, poi, confermava di sentirsi dentro un processo linguistico in divenire, con proposte che sono dei tentativi di risposta a una questione sociale più ampia, che hanno bisogno di tempo per essere testate, e che probabilmente troveranno una forma riconosciuta e codificata solo più avanti negli anni.</p>
<p>Un giornalista fiorentino, Antonio Montanaro, condivideva il suo pensiero in un post su FB “Sullo schwa in questi giorni ho letto di tutto&#8230;. Eppure ancora non riesco a capire come un segno grafico dal suono indefinito e dalla resa complicatissima nel testo scritto possa essere simbolo di inclusione. L’inclusione si sostanzia nella chiarezza di rapporto, altrimenti è confusione. Che può pure andare bene, ma non quando devi esprimere un pensiero e renderlo comprensibile se non a tutti, a quasi tutti”.</p>
<p>Le opinioni sono variegate e aperte, sulla questione.</p>
<p><strong>STARE NEL PROCESSO DELLA LINGUA CHE CAMBIA</strong></p>
<p>Ci stiamo nel bel mezzo, in questo percorso verso soluzioni che vadano bene alla gran parte di noi. Talvolta penso che invece di aggiungere – uno schwa, una “u”, un’altra lettera qualsiasi – mi piacerebbe “togliere”: Buongiorno a tutt! , sarebbe il mio saluto. Una consonante lasciata così lì per aria, tutta sola: fa brutto? A me ricorda tanto il friulano, lo trovo un suono simpatico. Mi mette allegria. Però poi ci penso, e la gente che non si sente inclusa, quando parliamo o scriviamo, potrebbe anche offendersi: vuole essere riconosciuta, e non è togliendo, giustamente, che riconosciamo qualcuno. Non ho soluzioni da offrire (per ora), nessuna mi soddisfa davvero. Non ho proposte da accogliere, dato che non ce n’è una condivisa, canonizzata, ancora. Allora, personalmente, proseguirò sulla strada di sempre, senza schwa, senza asterischi, senza vocali insolite finali. Una strada riconosciuta, ma in divenire. Scelgo di non scegliere, per il momento. Ma quel che è certo, è che <strong>scelgo di stare dentro il processo di cambiamento della lingua che usiamo</strong> per entrare in relazione con gli altri esseri viventi ogni giorno. Scelgo di rimanere attenta, ricettiva, aperta. Scelgo la definizione che dà, in ambito didattico-educativo, alla parola “inclusione”, Michele Daloiso, Professore di Didattica delle Lingue Moderne ed esperto di disturbi specifici dell’apprendimento, “L’inclusione è un processo. È una ricerca continua e ininterrotta, necessaria per trovare le migliori risposte alla diversità”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p></div>
			</div><div class="et_pb_module et_pb_text et_pb_text_18 et_clickable  et_pb_text_align_left et_pb_bg_layout_light">
				
				
				
				
				<div class="et_pb_text_inner"><p>Se clicchi qui, trovi servizi di scrittura digitale e formazione che hanno a cuore l&#8217;inclusione.</p>
<p><em>Verusca Costenaro</em></p></div>
			</div>
			</div>
				
				
				
				
			</div><div class="et_pb_row et_pb_row_9 et_pb_gutters1">
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				<div class="et_pb_text_inner"><p>L&#8217;uomo vuole una ricetta per parlare il linguaggio inclusivo, ma questa ricetta non esiste. Il linguaggio inclusivo è una ricerca. Se si pensa che si devono usare determinati termini perché in caso contrario non va bene, questa non è inclusione, questa è un&#8217;imposizione. Le parole vanno utilizzate se hanno una loro utilità, se hanno la funzione di far comunicare meglio le persone, di essere più accoglienti e di rispettare.</p>
<p>Beatrice Cristalli, consulente in editoria scolastica, formatrice e linguista.</p></div>
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